Giuseppe Patota (2019): La grande bellezza dell’italiano. Il Rinascimento. Roma-Bari: Laterza

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Edizione: 2019
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788858134030
Argomenti: Letteratura: testi, storia e teoria, Linguistica e semiotica

In breve

Bellezza e utilità. Cosa si può chiedere di più a una lingua?

Le opere d’arte, che siano fatte di linee e di colori o che siano fatte d’inchiostro e di parole, devono produrre bellezza. Di qui il titolo La grande bellezza dell’italiano, di qui l’organizzazione del libro in sale, come accade nelle mostre e nei musei. In ciascuna è esposto il magnifico italiano di Pietro Bembo, Ludovico Ariosto e Niccolò Machiavelli. Ascoltando il suono delle loro parole, che echeggia da una parete all’altra, rincorrendo il ritmo dei loro versi, che scivola sul marmo dei pavimenti, ammirando la forma delle loro frasi, che adorna volte, colonne e soffitti, compiamo un atto d’amore per la nostra lingua. E lanciamo al tempo stesso un atto di accusa nei confronti di chi la sta progressivamente trasformando in una lingua violenta, rozza, insultante. In una parola: brutta.

 

Guida turistica per esplorare l’italiano depositato nelle opere di tre grandi protagonisti del nostro Rinascimento

La grande bellezza dell'italiano

Un atto d’amore nei confronti della nostra lingua e al tempo stesso un atto di accusa nei confronti di chi la sta progressivamente trasformando in una lingua violenta, rozza, insultante: in una parola, brutta.

Carlo Bembo, Giuliano de’ Medici ed Ercole Strozzi hanno ciascuno un’opinione diversa sulla lingua adatta, all’altezza del loro tempo, alla scrittura letteraria; Federico Fregoso accompagna le loro argomentazioni con osservazioni storiche, linguistiche e letterarie pertinenti e approfondite.
Strozzi apre la discussione del primo pomeriggio sostenendo che è impossibile utilizzare una lingua diversa dal latino per la scrittura letteraria. Gli altri s’impegnano subito a convincerlo del contrario, riuscendoci. Giuliano de’ Medici da una parte, Carlo Bembo dall’altra riconoscono al volgare fiorentino dignità, qualità e possibilità pari a quelle possedute dal latino: Giuliano a quello in uso nella Firenze del suo tempo, Carlo a quello fissato una volta per tutte nella scrittura perfetta di Petrarca e di Boccaccio.
Di questo volgare, poi, Federico Fregoso ricostruisce i rapporti genetici col latino e le fortune letterarie; l’influenza che vi esercitò il modello di lingua e di stile offerto dai poeti provenzali; l’importanza che vi ebbero i grandi poeti siciliani e i loro successori soprattutto toscani; via via fino ad arrivare a Dante, Petrarca e Boccaccio.
Il rapporto fra latino e volgare è ovviamente definito tramite le conoscenze storico-linguistiche di allora, quando ancora non si sapeva né si ipotizzava che il fiorentino e gli altri volgari romanzi fossero la continuazione non del latino scritto ma di quello parlato: nel merito, Bembo accoglie la teoria linguistica prevalente negli ambienti umanistici europei quattro-cinquecenteschi, detta, modernamente, «della catastrofe» o «della corruzione» (Bahner 1966: 74). Secondo questa ricostruzione, il moderno «volgare» era il risultato di una corruzione linguistica prodottasi nel Medioevo, al tempo delle invasioni barbariche, a causa del contatto e della commistione fra il latino e le lingue dei Barbari.
Nel farla propria, Bembo collega il decadimento e la rinascita linguistica dell’Italia al suo deprecabile decadimento e all’auspicata ma sempre incerta rinascita dal punto di vista politico. In séguito alle invasioni barbariche, spiega infatti Federico Fregoso, «la nostra bella et misera Italia, cangiò insieme con la reale maestà dell’aspetto etiandio la gravità delle parole; et a favellare cominciò con servile voce (= cominciò a parlare in una lingua servile)», finché «di servaggio liberandosi ha potuto intendere a ragionare donnescamente» (= liberandosi dalla servitù, ha potuto prendere a parlare in una lingua nobile). Voglia Iddio, aggiunge Giuliano de’ Medici, che gli italiani, per trionfare in discordie interne, non cedano porzioni di sovranità alle potenze straniere (Francia e Spagna), tornando, di conseguenza, a «servilemente ragionare» (= usare una lingua da servi; Prose: 226 [I 7]).
Ercole Strozzi è finalmente convinto, ma esprime un dubbio. Chiunque voglia scrivere un testo letterario in latino, non ha incertezze: ha un solo modello linguistico di riferimento. Se lui, convinto dai dotti amici, decidesse di scrivere in volgare, a quale modello dovrebbe attenersi: al volgare di Napoli, di Roma, di Firenze o di Milano? Ogni città italiana ha il suo!
Questa situazione linguistica frammentata ha già generato proposte confuse. Tale è, secondo Carlo Bembo, quella della «lingua cortigiana» sostenuta dal Calmeta nel già citato libro Della volgar poesia.
Tale «lingua cortigiana» sarebbe (beninteso, secondo la ricostruzione che ne dà Bembo, che non è detto che coincida con le teorie del Calmeta: Formentin 1996: 196) quella parlata dalle persone colte presso la corte pontificia di Roma, frutto della convergenza e della commistione di forme e parole eleganti provenienti da tutti i volgari d’Italia e perfino da lingue europee di prestigio come il francese e lo spagnolo.
Parlata: ecco il limite di questa lingua. Infatti, aggiunge Giuliano de’ Medici, «non si può dire che sia veramente lingua alcuna favella che non ha scrittore» (Prose: 233 [I 14]). Questa è la prima di una serrata serie di affermazioni che, nell’ultimo quarto del primo libro, riprendono le dichiarazioni dell’inizio, dando consistenza ideologica e storica alla proposta linguistica dell’autore. Una seconda (sempre di Giuliano) e una terza affermazione (di Carlo Bembo) riguardano il primato, per regolarità, bellezza e purezza, del fiorentino su altri volgari d’Europa (come il provenzale) e d’Italia (come il veneziano): un primato che, secondo Carlo, non compete, come sostiene Giuliano de’ Medici, anche al fiorentino parlato contemporaneo, in cui ricorrono parole ed espressioni che «offendono, et quasi macchiano le scritture» (ivi: 235 [I 16]), ma soltanto al fiorentino scritto del Trecento, e in particolare alla fissazione che ne diedero i due grandissimi «Toschi» Petrarca e Boccaccio; questo perché la lingua delle scritture, prosegue Carlo, «non dee a quella del popolo accostarsi» (ivi: 237 [I 18]), ma rifarsi al modello offerto da coloro che l’hanno resa alta e nobile.

Giuseppe Patota – La grande bellezza dell’italiano. Il Rinascimento

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