Alfio Lanaia (ed.) (2019): Grammatica e formazione delle parole. Studi per Salvatore Claudio Sgroi. Alessandria: Edizioni dell’Orso – ISBN: 9788862749589

Dal sito https://www.ediorso.it/grammatica-e-formazione-delle-parole.html/

CollanaFuori Collana
Numero in collana164
SottocategoriaLetteratura italiana
AutoreNo
CuratoreAlfio Lanaia
Anno2019
Pagine312
Isbn978-88-6274-958-9

Questa Festschrift contiene dei saggi che noti studiosi, linguisti e non solo, hanno voluto dedicare a Salvatore Claudio Sgroi per il suo collocamento a riposo (o ‘giubilazione’). Paola Benincà, Roberta Cella, Alberto Manco e Diego Poli hanno affrontato temi riguardanti la teoria e la storia della grammatica; Angela Ferrari si è occupata di grammatica descrittiva, mentre all’ideologia grammaticale sono dedicati i contributi di Manuel Barbera, di Fabio Marri e di Fabio Rossi. Altre tematiche care a Sgroi, come la formazione delle parole, la storia del lessico e il linguaggio del Papa, sono state trattate da Raffaella Bombi, Paolo D’Achille, Vincenzo Orioles e Franz Rainer; da Lucio Melazzo, Giovanni Ruffino, Luca Serianni e Salvatore C. Trovato; e da Francesco Coniglione e Arianna Rotondo. Il tutto preceduto da una intervista di Fabio Rossi sulla visione ‘laica’ del festeggiato nell’approccio linguistico, e da una sua analitica Bibliografia (1974-2019). In chiusura un ritratto di un anonimo studente e di un emerito più noto.

Salvatore Claudio Sgroi, già ordinario di Linguistica generale (Università di Catania), si è occupato di Linguistica teorica, storica, descrittiva, di sociolinguistica, storia della linguistica, grammatica (Wortbildung), storia della grammatica, interlinguistica, linguistica contrastiva, traduttologia e linguistica educativa. Linguista inoltre ‘militante’ per la sua intensa attività di divulgazione linguistica in sedi giornalistiche. Sostenitore di una concezione ‘laica’ del linguaggio, i.e. non-purista né ‘sovranista’, secondo cui l’uomo grazie al linguaggio verbale può realizzare sé stesso, conoscere la realtà in maniera sempre perfettibile, quindi negoziando l’interazione con gli altri. Da qui la sua posizione critica verso ogni forma di prescrittivismo e imposizione d’uso della lingua, di cui è invece criticamente responsabile il singolo parlante. Da qui il suo scetticismo verso la proibizione aprioristica degli stranierismi, o di certe forme pseudo-sessiste della lingua (fermo restando per le donne il diritto di scegliere come voler essere chiamate nei loro ruoli istituzionali, con il titolo maschile o femminile). Da qui la sua convinta difesa della coesistenza (pacifica) degli usi maggioritari e minoritari (colti), da non colpevolizzare in quanto appunto minoritari, giacché lo standard comporta non solo forme uniche ma anche varianti (colte). Linguista ‘laico’ insomma, che lungi dal fare di tutte le erbe un fascio, distingue gli usi (comprensibili) dei parlanti colti da quelli tipici dell’italiano popolare, intralcio all’integrazione sociale.

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